L’11 gennaio 2001, al Barnes & Noble di Tucson, Arizona, la medium Susy Smith – 89 anni – firmava le copie del suo The Afterlife Codes: una raccolta di casi che avrebbero costituito (sosteneva lei) la prova definitiva dell’esistenza di una vita ultraterrena. Perché è facile smontare un medium che ai parenti del defunto riferisce in modo vago di prati, luci in fondo al tunnel, cori angelici e pace eterna: un po’ meno facile quando il medium rivela qualcosa di cui solo il morto e i suoi congiunti erano a conoscenza, e meglio ancora se si tratta di un codice stabilito in precedenza. Esperimento antico: Harry Houdini, il cui odio per i ciarlatani era direttamente proporzionale solo al suo desiderio di incontrare un medium autentico, si accordò con la moglie su un messaggio – “Rosabelle believe” – che avrebbe cercato di comunicarle dopo la morte. Bess Rahner Houdini tenne una seduta spiritica all’anno, nell’anniversario della morte del marito (la notte di Halloween), per dieci anni consecutivi: nessun medium, però, le recapitò mai la frase in codice. Nel ’36, sul tetto del Knickerbocker Hotel di Los Angeles, Bess spense il lume che aveva bruciato per anni accanto alla fotografia di Houdini: “dieci anni di attesa”, commentò, “sono troppi per qualsiasi uomo”.

finalseance

L’11 febbraio 2001 – un mese esatto dopo aver firmato autografi a Tucson – Susy Smith si trovò improvvisamente nelle condizioni di verificare le sue ipotesi. Meno di diciotto ore dopo la sua morte, i suoi collaboratori contattarono due medium che – senza sapere nulla – riferirono (pare) dettagli abbastanza accurati sulla defunta. Sorvoliamo sull’attendibilità dell’esperimento: nel 2001 internet era una realtà da qualche anno, sul soprannaturale Susy Smith aveva scritto una trentina di libri (e l’ultimo proprio sui contatti post mortem): insomma, se ti telefona un collaboratore di Susy Smith, e ti chiede con una certa urgenza di entrare in comunicazione con una defunta non meglio precisata, non ci vuole troppo per fare due più due. Ma tant’è.

525bellwitch

Molti anni prima, però, quando sulla questione era ancora scettica, Susy Smith aveva pubblicato un brillante reportage sui Prominent American Ghosts (1967), prontamente tradotto dalla Sugar come Guida ai fantasmi americani (1969): seguito ideale a quella sui fantasmi inglesi di Lord Halifax, ma radicalmente diversa per genere e filosofia. Non una silloge di aneddoti soprannaturali da tirar fuori accanto al caminetto, ma una sorta di On the Road spettrale che da una costa all’altra si muove fra case infestate, leggende urbane, memorie dell’America coloniale o del West. Domina in questo libro – a differenza di quelli che Smith avrebbe licenziato più tardi, una volta convertita allo spiritismo – un’ironia lieve; ma anche, sottilmente, la speranza che qualcosa sia vero, e che in certo modo prelude agli interessi successivi dell’autrice.

Guida ai fantasmi americani, nell’era di American Horror Story True Detective, non può non soffrire (o godere) di un certo sapore d’antico: la nostra idea di perturbante americano è largamente indebitata a esperienze culturali venute dopo il libro di Susy Smith – da George Romero a David Lynch, passando per Stephen King – e dunque non troveremo, qui, né gufi né clown, né centri commerciali né canzoni Roy Orbison. Troveremo la Strega dei Bell, invece, e ville coloniali: e un certo profumo che, seppur da lontano, rimanda alla Hill House di Shirley Jackson. Insomma, può anche valerne la pena.

22 dicembre 2015, Ebay, 10 euro.

Annunci